Prima lo SPARO, poi la MESSINSCENA: LA DIFESA RISCRITTA
Cinturrino: “Ho messo la pistola vicino al corpo per paura delle conseguenze”. Domani l’interrogatorio davanti al gip
MILANO – Si “sgretola” pezzo dopo pezzo la ricostruzione iniziale di Carmelo Cinturrino. L’assistente capo di Polizia, accusato di omicidio volontario per l’uccisione di Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo il 26 gennaio, è ora costretto a correggere la propria versione davanti agli elementi raccolti dagli inquirenti.
“Temevo le conseguenze di quello che era accaduto”, avrebbe spiegato, riconoscendo di aver chiesto a un collega di recuperare lo zaino custodito al commissariato di via Mecenate, zaino che conteneva la Beretta 92 poi posizionata vicino alla vittima. Un gesto che, secondo gli inquirenti, è a tutti gli effetti un tentativo di alterazione della scena per sostenere la tesi della legittima difesa.
Cinturrino continua a negare eventuali “rapporti” illeciti con i pusher della zona, respingendo le accuse su presunte richieste di denaro o droga. Ribadisce però di aver sparato per paura: “Quando l’ho visto mettersi la mano in tasca mi sono spaventato”. Solo dopo, sostiene, avrebbe realizzato che Mansouri impugnava un sasso e non un’arma.
L’agente comparirà domani davanti al gip Domenico Santoro per l’interrogatorio di garanzia. Intanto il caso scuote il dibattito pubblico: la premier Giorgia Meloni ha espresso “sgomento” per gli sviluppi dell’inchiesta, evocando un possibile tradimento della fiducia riposta nelle istituzioni.
Le indagini della Procura di Milano proseguono per chiarire ogni passaggio di quella notte e verificare responsabilità penali e disciplinari. Al centro resta una domanda: quanto di quella scena, nel bosco di Rogoredo, è stato ricostruito e quanto, invece, costruito dopo.


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