La riflessione. RINNOVARSI O MORIRE? Il bivio del calcio italiano: ma le colpe stanno nel sistema
Troppi stranieri, pochi ricavi, un sistema fragile: serve una svolta al calcio italiano, sempre meno competitivo e attrattivo
ROMA - La crisi di competitività del calcio italiano oramai non può più dirsi casuale, ma si sta rivelando in tutta la sua realtà un problema strutturale. Ed i vertici del sistema non sono esenti da colpe, anzi…
Dalla A alla C crepe evidenti minano alla base le fondamenta del palazzo, un numero troppo alto di club professionistici consente puramente una base elettorale ampia al momento delle votazioni per questo o quell'incarico, senza una logica sportiva. Sempre meno ricavi, poco spazio per i vivai, molti stranieri anche scarsi, soprattutto scarsi.
In Serie A i numeri riferiscono di un 65% di rose oramai straniere, numeri record e senza precedenti.
Sullo sfondo, non meno importante anzi centrale, i problemi economici di club che incassano sempre meno rispetto ai “top” campionati d'Europa, calciatori forti sempre più inarrivabili in sede di mercato e livello tecnico sempre più basso di conseguenza, con “fuga” dagli stadi in termini di spettatori.
Alla base della piramide una Serie C a 60 squadre ridicola, dove si parte in 60 e se va bene si arriva alla fine in 56, in 57, con 3, 4 abbandoni per strada, neppure fossimo a livello d'oratorio.
Per evitare il collasso serve una riforma totale: controlli rigidi, come ha invocato anche il Lecce che con i numeri di bilancio è sempre all'avanguardia, limiti di spesa, regole chiare, sostenibilità tecnica (impiego di giovani e ricorso ai vivai). L'alternativa è lentamente ma inesorabilmente morire, non c'è scampo.


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